September 22, 2017

TTIP, c’è chi dice no

I rischi per l’agroalimentare di qualità

Sin dai primi turni negoziali fra Bruxelles e Washington, il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) ha diviso politici e opinione pubblica. Da un lato, chi accusa il trattato di mettere a rischio il comparto agroalimentare di qualità e di danneggiare le tutele per lavoratori e consumatori; dall’altro chi, come il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, sostiene con forza che il TTIP farà bene all’export italiano.

Intervista all’eurodeputato Marco Zullo, membro delle commissioni Agricoltura e Mercato interno del Parlamento europeo.

Dall’inizio dei negoziati, nel 2013, in molti (ONG, sindacati, rappresentanti della società civile e partiti, come il M5S) hanno manifestato la loro opposizione al TTIP, considerato poco trasparente e accusato di favorire le multinazionali. Quali sono i dubbi maggiori intorno al trattato?

Ad alimentare i dubbi è stata, in primo luogo, proprio la mancanza di trasparenza: il Parlamento Europeo non è stato coinvolto nei negoziati con gli Stati Uniti sul Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti. Un comportamento decisamente grave e significativo, perché il Parlamento è l’unica istituzione democraticamente eletta in Europa.

L’agroalimentare di qualità, sia quello italiano che quello di altri Paesi europei, rischia di uscire fortemente indebolito dall’accordo sul Ttip. Secondo uno studio pubblicato dal Parlamento Europeo nel 2014, il settore agricolo Ue avrà guadagni molto limitati e circoscritti ai grandi produttori. Avremo delle grandissime perdite nel settore dei cereali e delle carni, mentre le stime circolate parlano di possibili vantaggi solo per il settore lattiero-caseario. Decisamente troppo poco. Come raccontano i numeri, la bilancia resta palesemente a sfavore dei prodotti europei rispetto a quelli americani.

Voglio ricordare che con il Ttip i concetti di tracciabilità ed etichettatura per come li conosciamo oggi rischiano di non esistere più. Nei negoziati del trattato si parla di ampia deregolamentazione su questi fronti. Senza dimenticare che gli Stati Uniti non hanno un sistema di etichettatura così dettagliato come quello europeo e non hanno certo intenzione di introdurlo con il TTIP.

In molti temono conseguenze negative sugli standard ambientali e di sicurezza alimentare. Gli agricoltori europei, già alle prese con le difficoltà legate all’embargo russo, potrebbero essere ulteriormente danneggiati dal Ttip. Quanto all’agricoltura italiana, il rischio è anche legato al cosiddetto “italian sounding”, ovvero l’utilizzo di denominazioni geografiche, immagini e marchi che evocano l’Italia per vendere prodotti non riconducibili al nostro Paese. Più in generale, in molti temono le ripercussioni negative del TTIP sui prodotti Made in Italy. Cosa dovrebbe fare l’UE in tal senso?

L’inasprimento del fenomeno dell’Italian Sounding sarà inevitabile. Di recente, il segretario Usa Tom Vilsack ha dichiarato che le rivendicazioni europee sulla protezione delle indicazioni geografiche nell’ambito dei negoziati sul Ttip non dovrebbero impedire la commercializzazione di prodotti americani simili con i marchi utilizzati nel mercato statunitense ormai da anni. Rispetto ad oggi, l’aggravante è che il cittadino americano sarà ancora più convinto di mangiare italiano. Insomma, con il Ttip gli americani continueranno a mangiare Parmesan e continueranno a crederlo italiano.

Ma questo è solo uno dei tanti problemi sollevati dal trattato. Se parliamo di tutela di Dop e Igp, va ricordato che oggi in Ue sono presenti 3.018 Dop. I negoziati del Ttip puntano a proteggerne appena 150. Chi deciderà quali Dop verranno tutelate e con quali criteri? In un mercato come quello statunitense, riconoscere la qualità è molto difficile, perché la famiglia media americana è abituata a trovare sugli scaffali prodotti che rispettano standard qualitativi e di sicurezza alimentare molto più bassi dei nostri.

Negli Usa sono permesse sostanze che in Europa non hanno il via libera, come Ogm, antibiotici o carne derivata da animali clonati. Stuart Eizenstat, membro del consiglio commerciale transatlantico, ha fatto capire in quale direzione stiano procedendo i negoziati tra Europa e Stati Uniti dichiarando che “gli standard in Europa hanno un livello differente e io ritengo che gli standard Ue abbiano un livello ingiustificatamente alto non supportato da un’adeguata base scientifica. Un prodotto alimentare considerato idoneo per una famiglia americana dovrebbe esserlo anche per gli europei”. Credo che la maggioranza dei cittadini italiani non si trovi affatto d’accordo con questa affermazione.

L’Europa ha bisogno di proteggere il proprio mercato di qualità ed è proprio per proteggere il mercato interno da un’invasione di prodotti extra-continentali che l’Europa ha elevato le tariffe per prodotti Usa come agrumi, pere, mele e succhi di frutta.

Ad ottobre Anthony Gardner, ambasciatore Usa presso l’Ue, ha dichiarato che “senza accordi sui flussi di dati non può esserci TTIP”. A fine maggio, tuttavia, il Garante europeo per la privacy Giovanni Buttarelli ha respinto il pacchetto di riforme per lo scambio di dati tra Stati Uniti e Unione europea chiedendo una protezione adeguata contro la sorveglianza indiscriminata e di sviluppare una soluzione di più lungo termine nel dialogo transatlantico. Si tratta di un aspetto spesso trascurato nei dibattiti, e forse dalla stessa UE. Come ritiene si evolverà la situazione in relazione ai negoziati sul TTIP?

Il “Privacy Shield” respinto dal garante per la privacy Buttarelli era stato proposto per sostituire il vecchio protocollo “Safe Harbour”, anch’esso nell’occhio del ciclone perché bocciato dalla Corte di Giustizia europea, in quanto non garantiva un adeguato livello di protezione dei dati.

Stati Uniti e Unione Europea stanno da tempo cercando di trovare un accordo per rendere più facile per le imprese trasferire flussi di dati da una parte all’altra dell’Atlantico, ma questi continui aggiustamenti bersagliati dalle autorità europee sono solo la punta di un iceberg ben più grande, che ad oggi le istituzioni non sono state in grado di affrontare in maniera complessiva e puntuale.

La questione dei flussi di dati va affrontata indipendentemente dal Ttip. Da anni, diverse piattaforme online ricavano profitto da ciò che i consumatori forniscono loro in misura del tutto gratuita, ovvero i loro dati personali. A tutti noi piace navigare su Internet e sui Social, guardare film in streaming, ma chi gestisce queste piattaforme non può fare ciò che vuole con i dati dei consumatori, magari rivendendoli a terze parti per ricavarne profitto. Chi legifera deve imporre dei paletti. E deve farlo in fretta. Per questo mi auguro che il tema venga trattato il prima possibile in commissione Mercato Interno e Protezione Consumatori al Parlamento Europeo.

Dal 30 maggio parlamentari e funzionari governativi italiani possono prendere visione dei documenti riservati relativi al Ttip presso la sala di lettura istituita al ministero dello Sviluppo economico. Si tratta a suo parere di una reale apertura verso la richiesta di maggior trasparenza intorno ai negoziati?

Sarei felice di rispondere positivamente, ma purtroppo si tratta di uno specchietto per le allodole. In realtà in queste sale lettura – ne esiste una anche a Bruxelles – è possibile trovare solo le cosiddette parti “consolidate” della bozza di accordo, dove si enunciano principi generali e si evita accuratamente di entrare nello specifico. Le parti negoziali dove gli intenti di Europa e Stati Uniti appaiono decisamente più nitidi non sono invece disponibili.

Questi documenti rimangono accuratamente secretati e non sono disponibili neanche ai deputati nazionali e ai parlamentari europei. Quando vengono portati alla luce, come ha fatto di recente Greenpeace, suscitano clamore e sdegno tra i cittadini e sulla stampa. Come possiamo vivere di leaks, di rivelazioni, su un trattato che avrà conseguenze così importanti sulla nostra salute, sul cibo che mangiamo, sull’ambiente che ci circonda e sui diritti che abbiamo acquisito?

Intervista a cura di Marta Bonucci

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  1. #TTIP, c'è chi dice no! - Marco Zullo

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