September 22, 2017

Terrorismo, nessuno può difendersi da solo

Intervista al senatore Giuseppe Esposito, vicepresidente del COPASIR 

Dopo gli attentati di Bruxelles l’Europa piomba di nuovo nella paura e torna a scoprirsi insicura e vulnerabile. Si punta il dito stavolta contro l’inadeguatezza dei servizi segreti belgi – forse troppo tolleranti con i soldati della Jihad – e il mancato coordinamento fra le intelligence dei vari Paesi. Cosa fare concretamente per ridurre il rischio di nuovi attacchi?

In Belgio è ormai chiaro che più di qualcosa non ha funzionato. Salah è stato arrestato a pochi chilometri dalla propria abitazione dopo tre mesi e gli attentatori dell’aeroporto sono potuti arrivare a Zaventem prendendo tranquillamente un taxi. E’ evidente ormai che non è più rinviabile la messa in opera di banche-dati comuni e la realizzazione di collegamenti più costanti e proficui tra le varie intelligence. Attualmente ognuno è geloso delle informazioni in proprio possesso, ma ormai, almeno lo spero, si è compreso che l’Europa potrà uscire dalla sfida al terrorismo soltanto attraverso una risposta comune e sinergica. Perché siamo tutti sotto attacco e nessuno può difendersi da solo.

Una polizia europea con funzioni antiterrorismo c’è, è l’Europol: si tratta di un organismo da potenziare? in che modo?

L’Europol fa tanto, ma ha già un enorme lavoro da compiere per quanto concerne la criminalità comune, i traffici illeciti e le interconnessioni tra le varie cosche malavitose presenti in Europa. Il CASA (Comitato di Analisi Strategico Antiterrorismo), che in Italia funziona in maniera egregia, è un organismo che si può prendere come punto di riferimento per tutta l’Europa. Nel nostro Paese abbiamo sconfitto le Brigate Rosse e l’anarchismo sovversivo e combattiamo ogni giorno la criminalità violenta grazie ad una preparazione specifica della magistratura e delle forze dell’ordine e di un coordinamento di analisi e di risposta come quello del CASA tra  forze di polizia, esercito e agenzie di sicurezza.

Serve ripensare Schengen, o sarebbe un atto di resa a chi semina terrore?

Dobbiamo decidere se l’Europa debba esistere così come l’hanno pensata i padri fondatori, oppure se sia un progetto da mettere da parte. Per me Schengen è il cardine dell’Ue. Eliminandolo, non esisterebbe più l’Unione Europea. Non avrebbe senso. Dalle sfide difficili e dolorose se ne esce con più Europa, attraverso una risposta decisa e comune da parte di tutti gli Stati membri. Spiace invece assistere ai soliti egoismi da parte di alcuni Paesi. Non si può essere “europei” a singhiozzo, solo quando conviene. E’ l’ennesima prova di debolezza da parte nostra. E diamo un pessimo messaggio ogni volta che mettiamo in discussione Schengen. Possiamo sconfiggere il Daesh, ma possiamo farlo restando uniti, non separandoci.

Si parla di una “direttiva europea antiterrorismo”, per rendere più omogenee le normative dei vari Paesi ed evitare contraddizioni e lungaggini ingiustificate. A che punto siamo e quali potrebbero essere i punti nodali?

Certo, serve una direttiva completa e complessiva. Uniformare la normativa dei vari Stati sarebbe importante e utile per far confluire le informazioni in un’unica banca-dati europea. Penso, ad esempio, al controllo sugli affitti che c’è in Italia: qui da noi, infatti, chi affitta il proprio appartamento deve comunicare alla polizia i nomi ed i documenti di chi vive in casa. La norma fu decisiva nel nostro Paese negli “anni di piombo” per isolare le Br. L’Italia ha già vissuto il terrorismo l’Italia e i nostri uomini hanno una “letteratura scientifica” molto solida da cui prendere spunto. E, se mi consente, i nostri apparati di sicurezza possono essere in questo campo un punto di riferimento fondamentale anche per gli altri Paesi europei.

Come evitare che anche in Italia nascano delle Molenbeek?

In Italia abbiamo ancora un’immigrazione di prima o, in casi isolati, di seconda generazione. In Francia e in Belgio invece i fratelli Kouachi, autori del massacro di Charlie Hebdo, e lo stesso Salah erano rispettivamente di nazionalità francese e belga. Non erano assolutamente integrati con la popolazione e anzi vivevano chiusi in quartieri ghetto, caratterizzati da povertà crescente e precarietà. Per ora in Italia non c’è questo rischio. Qui infatti esiste fortunatamente una grande cultura dell’accoglienza e molte associazioni lavorano in quartieri difficili per favorire l’integrazione. Certo, nel lungo periodo potrebbe esserci un potenziale pericolo di  Molenbeek italiane, ma potremo fronteggiarlo se riusciremo a dare risposte adeguate in termini di rispetto delle regole, di capacità di integrazione e di democrazia diffusa.

Il Ministro dell’Interno Alfano ha parlato di una “strategia nazionale anti radicalizzazione”: in cosa consiste?

Ogni contributo è certamente il benvenuto e la macchina-Stato sta lavorando in maniera efficace. In questi ultimi tempi molte leggi contro il terrorismo e il suo proliferare sono state approvate con una larghissima maggioranza. Forse con qualche egoismo elettorale ma a larghissima maggioranza. Penso, ad esempio, a tutte le nuove norme sulle garanzie funzionali agli agenti, alle inchieste nelle carceri, alla possibilità di utilizzare i corpi speciali, al controllo nelle sedi di predicazione, alla nostra risposta modulare al nuovo attivismo sul web.

Quanta parte ha il fenomeno dell’immigrazione nel dare alimento al terrorismo di stampo islamista?

Il più grande errore che possiamo fare è assimilare l’immigrazione al terrorismo. Non si può mischiare la povera gente, i richiedenti asilo, chi fugge da fame e guerra, con coloro che vogliono invece seminare terrore in Europa. Io ripeto sempre la stessa frase, come un mantra: i disperati viaggiano sui barconi e i terroristi comodamente in aereo, magari in business class. La mistificazione dei dati serve a molti gruppi politici per fare campagna elettorale, ma mischiare immigrazione e terrorismo è come sommare le nuvole con le pere. E ripeto non si risolve il problema chiudendo le frontiere. Se fosse così semplice lo si sarebbe fatto. Ribadisco che coloro che hanno fatto le carneficine di Parigi e Bruxelles erano cittadini e con tanto di passaporto europeo. Quindi a che serve chiudere le frontiere quando i potenziali attentatori li abbiamo già in casa? A non farli uscire dal Paese in cui si trovano già?

Qualcuno propone di chiudere le moschee…cosa ne pensa?

Bisogna “separare chi spara da chi prega”, una frase che ha riscosso molto successo e di cui mi fa piacere rivendicarne la paternità. La maggior parte delle moschee e delle comunità islamiche hanno un costante dialogo con le nostre istituzioni, sono i primi a segnalare quando qualche soggetto si comporta in modo “strano”. Chiudere le moschee è un’altra proposta che equivale a sospendere qualsiasi valore di democrazia che esiste nel nostro Paese e nel continente. E poi se si chiudono le moschee legali si apriranno quelle illegali. Basta controllare, stare attenti a quelle esistenti. E fino ad ora lo siamo stati.

L’impegno dell’Italia in Libia e in Iraq aumenta il rischio di attentati per il nostro Paese?

Le nostre missioni all’estero sono sempre finalizzate alla cooperazione internazionale e ad aiutare le popolazioni in difficoltà. Se non abbiamo subito attentati è anche perché gli italiani, grazie alla professionalità dei propri militari, sono sempre ben visti dalle popolazioni locali. Per la Libia il nostro Paese è stato chiaro: attendiamo e auspichiamo che l’appena costituito consiglio presidenziale guidato dal premier designato Fayez al Sarraj possa avere successo per poi affiancarci direttamente alle forze del nuovo esecutivo libico. Aspettiamo anche la risoluzione dell’ONU che autorizzi la missione e il Parlamento italiano che decida l’intervento. Certo, la strada è ancora molto in salita e da Tripoli non arrivano notizie tranquillizzanti.

Si è parlato di un esercito di 400 e più jihadisti addestrati e pronti a colpire l’Europa, anche con azioni individuali. Cosa fa l’Italia per prevenire possibili stragi?

L’Italia è vigile e monitora ogni segnale. In questi giorni ci sono stati ulteriori arresti, avvenuti anche grazie alla cooperazione tra le diverse polizie e intelligence europee. Se questa collaborazione sarà incrementata si potranno ridurre ancor di più i rischi. Certo, il pericolo zero non esiste. Sui numeri starei attento a non farne. Ci possono essere 40 o 40000 ipotetici terroristi. Tutto dipende da come noi rispondiamo alla loro violenza o al loro terrore. La nostra risposta dovrà essere, mi lasci passare il termine, asimmetrica. Non dobbiamo più rispondere come loro si aspettano.

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  1. Per una collaborazione europea

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